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	<title>Viterbo Live &#187; Cinema</title>
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		<title>Al Detour i capolavori dell’animazione nipponica</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:44:24 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-21754" title="angels-egg-1985" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/angels-egg-1985-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" />Dopo le monografie dedicate al cinema di Hayao Miyazaki e Masahiro Andō, <strong>NIHON EIGA – </strong>la  rassegna ideata dall’associazione culturale Cinema Senza Frontiere –  torna a prestare attenzione al mondo dell’animazione con un nuovo  appuntamento interamente dedicato a questo volto dell’arte  cinematografica spesso erroneamente reputato un prodotto esclusivamente  destinato al mercato dell’infanzia e dell’adolescenza: il 12 maggio il  Cineclub Detour (Via Urbana, 107) ospita la <strong>Serata Anime # 2</strong>.  Il programma della serata prevede alle ore 21.00 la proiezione di <strong>My Neighbors the Yamadas</strong> di Isao Takahata in versione originale sottotitolata in inglese: il  film racconta la quotidianità della famiglia Yamada, con tutti i piccoli  grandi avvenimenti che la costellano. Con ironia e leggerezza Takahata  attraverso rapidi quadretti descrive giornate semplici in spaccati  ultragenerazionali.</p>
<p>A seguire verrà proiettato <strong>Angel’s Egg</strong> di Mamoru  Oshii, stavolta in versione originale sottotitolata in italiano: in un  mondo surreale e onirico si incontrano una bambina che protegge un uovo  ed un misterioso guerriero armato di un fucile cruciforme. Superando  l’iniziale diffidenza la bambina lascia che l’uomo lenisca la sua  solitudine mentre l’interesse del soldato è calamitato dall’uovo che  potrebbe rivelarsi la chiave per svelare i misteri del mondo. Come  sempre sarà disponibile per l’acquisto il volume “<strong>Nihon Eiga – Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010</strong>”  con la prefazione di Maria Roberta Novielli. Grazie alla collaborazione  con RaroVideo inoltre sarà possibile acquistare a un prezzo vantaggioso  i dvd di <strong>Hunter in the Dark</strong> di Hideo Gosha e di <strong>Violent Cop</strong> di Takeshi Kitano.</p>
<p>Ogni spettatore all’ingresso riceverà in omaggio una copia della rivista Viaggi di Cultura.</p>
<p>Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Nihon Eiga</p>
<p>(<strong>Priscilla Caporro</strong> – <strong>Valerio Ceddia</strong>)</p>
<p>ufficiostampa@cinemagiapponese.it</p>
<p><a href="http://www.cinemagiapponese.it/" target="_self">http://www.cinemagiapponese.it</a></p>
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		<title>Il mercante di stoffe</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:33:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dimambro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-21739" title="mercante" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/mercante-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" />Il mattatore della serata organizzata al Nuovo Cinema Aquila per presentare Il mercante di stoffe, film dalla genesi particolarmente travagliata, è stato senza dubbio Sebastiano Somma. L’attore, grintoso come sempre, si è accalorato nel raccontare ad un pubblico composito, formato perlopiù da giornalisti o da persone che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera, le traversie che hanno accompagnato un percorso produttivo interrotto più volte, con gli attori costretti a tornare sul set a distanza di mesi dall’inizio delle riprese. Lo stesso Somma ha ammesso di aver offerto nei momenti più critici il suo contributo, intervenendo nella catena produttiva in vari modi: oltre ad investirci di suo e a convincere funzionari ministeriali a rilanciare il progetto, così da non sperperare il denaro pubblico stanziato all’inizio, si è anche prodigato affinché il film ottenesse una distribuzione alternativa, grazie a Microcinema ed al circuito di sale predisposte in digitale, su cui questa nuova realtà fa affidamento. Di tutto ciò siamo ovviamente grati a Sebastiano Somma. Mentre ci è piaciuto di meno il modo in cui il carismatico interprete di origini campane ha monopolizzato l’incontro, tenendo un po’ in ombra gli altri invitati; a partire dal regista Antonio Baiocco, il quale è stato chiamato a parlare solo verso la fine ed ha commentato con fare discreto quello che, a detta di tutti, non sarà forse un capolavoro, ma si presenta quale vibrante storia d’amore capace di emozionare in modo semplice e diretto.<br />
Difatti Il mercante di stoffe, ambientato in località del Marocco dal notevole fascino paesaggistico e antropologico, è innanzitutto una fiaba romantica, passionale, infine amara, che racconta l’incontro/scontro tra due culture, attraverso un sentimento così tormentato da ricordare certi romanzi d’appendice. Lui, commerciante tessile arrivato dall’Italia per contrattare tessuti di qualità ancora prodotti a mano, incontra una splendida cavallerizza dallo sguardo fiero e dal carattere indomito, ribelle. Ma la storia tra loro non sarà affatto facile, visto che l’uomo è legato sentimentalmente a una donna italiana il cui affetto è vivo, presente, mentre la giovane maghrebina è stata promessa in matrimonio a un giovane e cinico individuo del posto, che per giunta odia gli stranieri. Del resto siamo nella prima metà del Novecento. Una sgradevole figura di avventuriero fascista fa capolino nella storia, ricordandoci quanto stia succedendo nel frattempo in Italia.  Al contempo il clima che si respira nel povero villaggio marocchino alterna slanci di generosa ospitalità a diffidenze arcaiche. Accade così che, tra tempeste di sabbia e riverberi di antiche leggende, un amore dai contorni fiabeschi si tinga (neanche volesse rivaleggiare con le stoffe a lungo inseguite dal mercante italiano) di coloriture tragiche. Storiella semplice. Connotata a volte da un esotismo fin troppo gridato, esibito. Ma raccontata con un certo smalto visivo (eleganti e ricche di fascino le scene girate nel deserto, come anche alcuni interni: sia Adolfo Batoli che Maurizio Calvesi sono ottimi direttori della fotografia), musicata bene da Tony Esposito e Sasà Flauto, diretta poi da Antonio Baiocco con la necessaria umiltà; un’umiltà che lo ha portato a prendere atto delle difficoltà produttive e del venir meno del sostegno inizialmente promesso, sicché alla spettacolarità o a colpi di genio che, forse, non sono nemmeno nelle sue corde, si è sostituta una direzione attenta e puntuale degli attori. Cosi da valorizzare quel cast ibrido, in parte italiano e in parte maghrebino, caratterizzato da un diseguale talento artistico ma dalla identica volontà di dare slancio e sincerità ai propri personaggi. Tra i quali spiccano, naturalmente, i due amanti incarnati con la giusta passionalità da Sebatiano Somma e dalla bellissima Emanuela Garruccio.</p>
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		<title>Johnny Depp sarà Tonto in “Il Ranger Solitario”</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 16:27:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-21736" title="Depp1-225x300" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/Depp1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" />Dopo “Rango” l’attore Johnny Depp torna a lavorare con il regista Gore Verbinski per “Il Ranger Solitario”, l’adattamento cinematografico dell’omonima famosa serie televisiva degli anni 50, prodotto da Walt Disney e per la sceneggiatura di Ted Elliot e Terry Rossio. Si racconta la storia di un misterioso cowboy che combatte il crimine e i soprusi nel vecchio West.</p>
<p>Il personaggio di Tonto sarebbe il sidekick del protagonista, che forse avrà il volto di Armie Hammer e lo stesso Johnny Depp ha dichiarato alla rivista EW la sua idea di relazione tra i due nel film:</p>
<p>“Quando si è fatta avanti l’idea di un film, ho iniziato a pensare a Tonto e cosa potrei fare nel mio piccolo – non dico per eliminare – per reinventare quella relazione, per cercare di prendere quanto di negativo è stato fatto ai nativi americani, non solo nel Ranger Solitario, ma in tutta la storia del cinema, e ribaltarlo.”</p>
<p>D’altra parte non sono un segreto le origini “native” di Johnny Depp, poichè la nonna è cresciuta come i Cherokee e gli indiani Creek Indian, quindi sarà una bella sfida per lui relazionarsi con questo progetto, le cui riprese inizieranno entro la fine di quest’anno per poi arrivare nelle sale cinematografiche tra il 2012 e il 2013.</p>
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		<title>Cappuccetto Rosso Sangue</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 15:27:53 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-21608" href="http://www.viterbolive.com/spettacolo/cinema/cappuccetto-rosso-sangue/attachment/cappuccetto-rosso-sangue-poster-spagna/"><img class="alignleft size-medium wp-image-21608" title="cappuccetto-rosso-sangue-poster-spagna" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/04/cappuccetto-rosso-sangue-poster-spagna-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a>Il percorso cinematografico della Hardwicke, messasi in luce all’esordio con il film rivelazione Thirteen – Tredici anni (2003), negli ultimi tempi sembra intrecciarsi sempre più spesso coi famigerati lupi mannari: sono loro i rivali storici dei vampiri di Twilight (2008), saga apprezzatissima dagli adolescenti il cui capitolo iniziale porta proprio la firma della cineasta americana, mentre con Cappuccetto Rosso Sangue (Red Riding Hood, 2011) sono tornate alla ribalta le malefatte di un “lupo cattivo” ancor più feroce, selvaggio e implacabile. La regista non perde il pelo e nemmeno il vizio, verrebbe da dire. Nel senso che entrambi i film da noi citati possono essere accomunati, stilisticamente, da una costante, che per il genere rappresenta un handicap non trascurabile. Catherine Hardwicke, sia col primo adattamento dei fortunati romanzi di Stephenie Meyer che con questa rivisitazione cupa e morbosa della celebre fiaba, ha continuato a flirtare con un immaginario fantastico, arricchito da evidenti tinte orrorifiche, mostrando però una certa ritrosia a mostrare il sangue, la violenza, la natura più intima del pericolo e dell’orrore. Persino in quello che, goliardicamente, saremmo tentati di definire “Cappuccetto Rosso Esangue”, con l’eccezione di un arto amputato all’inquisitore Gary Oldman (apparso sprecato, peraltro, nel ruolo di Padre Solomon), si ha sempre l’impressione che l’autrice abbia poca voglia di ricorrere al make up e agli effetti digitali per evidenziare i corpi straziati dal lupo o da altre orribili morti. Una ragione probabilmente c’è: quei teenager cresciuti a pane e MTV ne rimarrebbero eccessivamente turbati. Come per Twilight, sembra che si giochi ad alimentare questo immaginario fantastico scialbo, annacquato, privato delle intuizioni più perturbanti, allo scopo di sfondare più facilmente presso un pubblico di giovanissimi dalle pretese limitate, che sembra accontentarsi di spaventi a piccole dosi, nel mentre che qualche belloccio nerboruto (qui sono il giovane falegname e il figlio del fabbro) va a contendersi la protagonista. E la Hardwicke, furbetta, ma con un certo talento nel ricreare ambientazioni incantate a metà tra la dimensione classica del fiabesco ed un linguaggio visivo para-pubblicitario, queste opportunità sa coglierle al volo.<br />
Nel nuovo film la protagonista contesa dagli strafighi del villaggio, ovvero la più bella del circondario, è ovviamente Cappuccetto Rosso / Valerie, interpretata da una star emergente, Amanda Seyfried, che già in precedenti occasioni (Il corpo di Jennifer, Chloe – Tra seduzione e inganno) ha dimostrato di possedere un fascino particolarmente magnetico. Nel cast di lusso che vede anche la partecipazione di Julie Christie (l’immancabile nonna di Cappuccetto Rosso) e Max Irons (figlio del grande Jeremy Irons), non sempre si nota l’ispirazione necessaria ad animare sul serio questa fiaba gotica; una fiaba che vede la minaccia secolare del lupo mannaro mietere vittima su vittima nel villaggio posto al limitar del bosco, dove sono anche le latenti tensioni erotiche tra i personaggi principali a “risvegliare la bestia”, tornata a colpire con ancor più ferocia durante quelle notti speciale e magiche contrassegnate dalla cosiddetta “luna di sangue”. Alla violenza della bestia si contrapporrà quella meno istintiva e più cinica del gruppetto di inquisitori sotto il comando del già citato Padre Salomon, da cui una delle trovate potenzialmente più intriganti di una sceneggiatura spesso zoppicante ed incerta, ovvero l’elefante di bronzo nel quale rinchiudere all’occorrenza i prigionieri per poi torturarli col fuoco. Anche questa idea, però, che sembra riecheggiare un truce aneddoto dell’antichità (il famigerato “Toro di Falaride”: http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_di_Falaride), non viene sfruttata fino in fondo. Il lungometraggio della Hardwicke lo abbiamo visto a Roma, grazie a una proiezione speciale per la stampa, vogliamo però segnalare che Cappuccetto Rosso Sangue è stato scelto anche quale film d’apertura del Future Film Festival, che avrà inizio oggi 20 aprile a Bologna.<br />
Scritto da Stefano Coccia</p>
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		<title>Il mercante di stoffe</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 11:43:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Esce a maggio il film di Antonio Baiocco con Sebastiano Somma, Emanuela Garuccio e Marta Bifano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">KARTISIA</p>
<p style="text-align: center;">presenta</p>
<p style="text-align: center;">Un film di</p>
<p style="text-align: center;">ANTONIO BAIOCCO</p>
<h1 style="text-align: center;">IL MERCANTE DI STOFFE</h1>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p> Esce nelle sale il <strong>13 Maggio il film ‘ Il mercante di stoffe’ </strong>regia di Antonio Baiocco con Sebastiano Somma, Emanuela Garuccio e Marta Bifano,storia di un amore clandestino e tormentato in uno scontro di culture in un’ affascinante Marocco degli anni 30.Distribuito dal circuito<strong> Microcinema</strong>,  il primo circuito italiano di distribuzione di film e contenuti digitali per le sale cinematografiche.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-21384" title="mercante" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/04/mercante-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Soggetto e Sceneggiatura</p>
<p>ANTONIO BAIOCCO – FRANCO CARDI’</p>
<p>Regia di</p>
<p>ANTONIO BAIOCCO</p>
<p>Con</p>
<p>SEBASTIANO SOMMA, EMANUELA GARUCCIO, MARTA BIFANO, ANTONIO CAPOBASSO, PHILIPPE BOA’, NADIA KIBOUT, PATRIZIA PEZZA<span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p>Due giovani italiani Marco e Luisa arrivano nel sud del Marocco per trovare in un vecchio villaggio abbandonato un medaglione che appartenne ad una giovane araba negli anni trenta. Attraverso di loro raccontiamo in flash back la storia di un italiano, Alessandro, mercante di stoffe che arriva in Marocco per lavoro e durante uno dei suoi viaggi nel sud del paese, incontra Najiba una giovane donna araba di cui s’innamora follemente. La ragazza è la futura sposa del figlio di Omar, proprietario dell’officina dove si producono stoffe. L’attrazione verso la giovane è travolgente, quanto lo è la sua bellezza, e tra i due nasce un amore clandestino e tormentato, ma che grazie ad un’antica leggenda riesce ad unirli per l’eternità.</p>
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		<title>Cara, ti amo: i soliti problemi di coppia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 15:23:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mentre ci si interroga su cosa significhi cinema indipendente in Italia, il RIFF (Rome Indipendent Film Festival) ha decretato due vincitori ex aequo per il concorso nazionale: M.A.R.C.O. di Alex Cimini, e Cara, ti amo di Gian Paolo Vallati. Attendendo la possibile uscita in sala del film di Cimini ci siamo invece imbattuti nella visione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-21232" href="http://www.viterbolive.com/spettacolo/cinema/cara-ti-amo-i-soliti-problemi-di-coppia/attachment/cara-ti-amo-400x2351-300x176/"><img class="alignleft size-full wp-image-21232" title="Cara-ti-amo-400x2351-300x176" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/03/Cara-ti-amo-400x2351-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a>Mentre ci si interroga su cosa significhi cinema indipendente in Italia, il RIFF (<em>Rome Indipendent Film Festival</em>) ha decretato due vincitori ex aequo per il concorso nazionale: <em><strong>M.A.R.C.O</strong></em><em>.</em> di Alex Cimini, e <strong>Cara, ti amo</strong> di Gian Paolo Vallati. Attendendo la possibile uscita in sala del film di Cimini ci siamo invece imbattuti nella visione di Cara, ti amo. Francamente si rimane perplessi sull&#8217;idea di indipendenza che in qualche modo il film potrebbe veicolare. Siamo infatti di fronte ad una commedia davvero poco avvezza all&#8217;azzardo, alla voglia di comunicare qualcosa di diverso nell&#8217;ambito italiano. Quattro amici sulla quarantina tra una birra e l&#8217;altra confrontano le loro storie sentimentali, e le opinioni sulle donne. Ne seguiamo i tentativi di relazione, chi privilegiando il sesso all&#8217;amore, chi viceversa, tutti a rincorrere come direbbe Elio &#8220;quel triangolo che ci ispira&#8221;. Niente di nuovo assolutamente, se non riguardo a una certa aria di realismo nel descrivere come quattro persone perdono la giornata, sorta di vitelloni moderni senza nemmeno troppa gloria. Si fa apprezzare appunto una certa naturalezza dei dialoghi, un&#8217;atmosfera che si percepisce realmente amichevole. Riguardo però alle pretese di voler dare un quadro della coppia contemporanea e le sue dinamiche, passano in successione una serie di stereotipi che più che ricercare la riflessione hanno la volontà di strappare qualche risata. Un po&#8217; come se si fosse presa l&#8217;omonima canzone di Elio verso per verso, senza però  la stessa forza ironica che è dietro agli stereotipi dell&#8217;universo femmnile (e di quello maschile che li giudica). In sala si ride a intermittenza, spesso senza troppa convinzione, proprio per il carattere posticcio delle situazioni, con qua e là qualche battuta, talvolta volgare (ma non offensiva) che va comunque a segno. Sotto il segno dell&#8217; &#8220;ogni lasciata è persa&#8221;, e di contrasto della paura (e desiderio) di legarsi e perdere l&#8217;acclamata libertà sessuale, si assiste comunque a delle buone prove recitative. Molto riuscita la figura di Angelo Orlando, attore che riesce naturalmente simpatico e che regala dunque i momenti più divertenti con la sua imbranatezza controllata. Bravo in generale tutto il cast, in cui si distinguono per credibilità Luciano Scarpa ed Emma Nitti. In definitiva le prove attoriali salvano Cara, ti amo dall&#8217;anonimato, e nella sua somiglianza con molte commedie il film (esordio per Vallati alla regia) riesce nell&#8217;intento di sembrare un film mainstream, cioè che non si mostra peggiore di produzioni con più budget. E&#8217; un po&#8217; deludente tuttavia che proprio in un festival in cui l&#8217;indipendenza potrebbe significare, non solo avere pochi soldi o poca distribuzione ma riuscire a fare comunque un film, ma anche cogliere l&#8217;occasione per trovare un&#8217;altra indipendenza, quella stilistica, quella mentale. In quest&#8217;ambito ci sarebbe piaciuto molto di più venisse premiato un film malfatto, imperfetto come <strong>Diciottanni</strong> di Elisabetta Rocchetti, passato inossevato nel concorso, che però ha una forza stilistica, emotiva che lo rende assolutamente personale e dunque originale.</p>
<p>A cura di Valerio Ceddia</p>
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		<title>Vallanzasca “eroe” dei due mondi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 16:38:12 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-20847" href="http://www.viterbolive.com/spettacolo/cinema/vallanzasca-%e2%80%9ceroe%e2%80%9d-dei-due-mondi/attachment/vallanzasca_-_gli_angeli_del_male-300x224/"><img class="alignleft size-full wp-image-20847" title="Vallanzasca_-_Gli_angeli_del_male-300x224" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/03/Vallanzasca_-_Gli_angeli_del_male-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Non sarà certo il vero <strong>Renato Vallanzasca</strong>, un tempo specialista in evasioni, a sbarcare in America. Ma lo farà il film a lui dedicato, che dopo la lunga serie di polemiche iniziate con la presentazione veneziana e proseguite con l’uscita nelle sale italiane pare destinato a un futuro negli Stati Uniti. E questo futuro è già iniziato, nel senso che a fine febbraio – e cioè in prossimità degli Oscar – ha avuto luogo proprio in California, nell’ambito del prestigioso <em><strong>Los Angeles, Italia, Film, Fashion and Art Festival 2011</strong></em>, una gremitissima <em>premiere </em>hollywoodiana cui ha preso parte lo stesso protagonista <strong>Kim Rossi Stuart</strong>. In tale occasione alcuni dirigenti della <strong>Fox</strong> hanno confermato l’intenzione di distribuire  il controverso <em>Vallanzasca – Gli angeli del male</em>, che all’anteprima americana ha riscosso immediati consensi, anche nel circuito statunitense, probabilmente a fine settembre. Ed è altrettanto probabile che il film, come a scrollarsi di dosso l’alone negativo ed astioso riferibile alla sua accoglienza in Italia, venga proposto con un titolo leggermente modificato: si pensa infatti di ribattezzarlo semplicemente <em>Angels of Evil</em>. Staremo a vedere. Intanto può essere interessante riportare qualche frammento delle dichiarazioni che alcuni siti, come ad esempio <em><strong>clandestinoweb.com</strong></em>, hanno rilanciato dopo l’apparizione a Los Angeles di Kim Rossi Stuart.</p>
<p>Ecco come si è pronunciato, a proposito del film di cui è protagonista, l’attore romano di origini inglesi: “<em>Sono molto felice perché il successo di Vallanzasca a Hollywood risarcisce parzialmente Michele Placido ed il sottoscritto dopo le polemiche di Venezia. Il nostro è un semplice film, che non rispecchia esattamente la realtà, eppure in Italia è stato aspramente criticato per essere figlio di un cultura della violenza e del cinismo. Da un giornalista poi mi sono sentito dire che non avrebbe potuto parlare bene del film perché il Vallanzasca che io interpreto è troppo ‘piacione’. Ma lui era così, piaceva alle donne, aveva carisma. Gli ho chiesto se lo aveva mai conosciuto e mi ha risposto: &#8216;Beh, no&#8217;. Forse il pubblico americano sarà in grado di godersi il film proprio perché meno consapevole della storia che lo ha generato.</em>”</p>
<p>Da parte nostra ci sentiamo di scavalcare beatamente le polemiche, figlie anche di una tendenza molto italica a rimuovere gli elementi più spigolosi e indigesti del nostro passato, concentrandoci invece sul valore artistico del film di <strong>Michele Placido</strong>, a nostro avviso più riuscito per diversi aspetti – vivacità della narrazione, caratterizzazione dei personaggi, accenni di critica sociale, eleganza del montaggio – rispetto a gran parte della produzione recente del cineasta. Per intenderci anche rispetto al fortunatissimo <em>Romanzo criminale</em>, film realizzato nel 2005 con l’intento di esporre le gesta della “<strong>Banda della Magliana</strong>” in modo, per l’appunto, romanzesco, allorché l’entusiasmo di molti ci sembrò francamente eccessivo; così come eccessivamente superficiale ci parve l’approccio ad anni carichi di misteri e di stragi (come quella di Bologna, evocata quasi incidentalmente) esibito da un Placido fin troppo attento agli aspetti “glamour” del racconto, compreso il prolisso triangolo amoroso che vedeva protagonista il personaggio di <strong>Stefano Accorsi</strong>. Già più comprensibile, al di là di quanto i benpensanti hanno detto e scritto, il taglio picaresco, accattivante e un po’ compiaciuto scelto in <em>Vallanzasca – Gli angeli del male</em> per introdurre le controverse vicende legate al bandito milanese. Complice l’impegno profuso sul set da grandi attori come <strong>Kim Rossi Stuart</strong>, <strong>Filippo Timi </strong>(particolarmente intenso il suo personaggio) e <strong>Moritz Bleibtreu</strong>, la biografia cinematografica di Renato Vallanzasca tende verso toni fin troppo coloriti, è vero, riscattandosi però grazie alla fluidità del racconto e ad alcune note disturbanti, relative per esempio al trattamento dei detenuti nelle carceri.</p>
<p>A cura di Stefano Coccia</p>
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		<title>8 Marzo:Cna invita le donne al cinema &#8220;We want sex&#8221;, film sulla parità di diritti</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 12:27:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Luigia_Melaragni Cna Impresa Donna e Cna invitano le donne, imprenditrici e non, al cinema. L’appuntamento è per lunedì prossimo, 7 marzo, alle 18, al Cine Tuscia Village di Vitorchiano (sala Cna). Il film proposto è “We want sex”, di Nigel Cole, con Sally Hawkins, Bob Hoskins e Miranda Richiardson, fuori concorso al Festival di Roma [...]]]></description>
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<dt><a class="highslide" rel="attachment wp-att-20580" href="http://www.viterbolive.com/primopiano/8-marzocna-invita-le-donne-al-cinema-we-want-sex-film-sulla-parita-di-diritti/attachment/luigia_melaragni-4/"><img class="size-medium wp-image-20580" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/03/Luigia_Melaragni-300x263.jpg" alt="Luigia Melaragni" width="300" height="263" /></a></dt>
<dd>Luigia_Melaragni</dd>
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</div>
<p style="text-align: justify">Cna Impresa Donna e Cna invitano le donne, imprenditrici e non, al cinema. L’appuntamento è per lunedì prossimo, 7 marzo, alle 18, al Cine Tuscia Village di Vitorchiano (sala Cna). Il film proposto è “We want sex”, di Nigel Cole, con Sally Hawkins, Bob Hoskins e Miranda Richiardson, fuori concorso al Festival di Roma 2010, nelle sale dallo scorso dicembre: una bellissima commedia sulla parità di diritti. </p>
<p style="text-align: justify">L’iniziativa (con ingresso gratuito) è stata promossa, in collaborazione con il Tuscia Film Fest, in occasione della Festa della donna. Il film racconta la vicenda delle 187 operaie dello stabilimento Ford di Dagenham, che, declassate a “operaie non qualificate”, nel 1968 intrapresero una coraggiosa e tenace battaglia per rivendicare la parità salariale con gli uomini. Il titolo, “We want sex”, non tragga, infatti, in inganno. Prende solo lo spunto dal fatto che lo striscione innalzato durante l’incontro con il ministro Barbara Castle non era completamente srotolato e non si leggeva la parola “equality”. Insomma, non “vogliamo sesso”, ma “vogliamo uguaglianza di sesso”. Proprio quella lotta pose le basi per l’approvazione, nel ’70, in Inghilterra, della “legge sulla parità di retribuzione”. </p>
<p style="text-align: justify">“Abbiamo scelto questo film, applaudito, peraltro, dalla critica, perché ci offre lo spunto per una riflessione sul momento storico attuale, che richiede, a tutte le donne, forza, audacia di pensiero, capacità di innovazione. E determinazione nel far rispettare i diritti e la dignità di ciascuna”, affermano Luigia Melaragni e Francesca Riccio, rispettivamente segretaria della Cna Associazione Provinciale di Viterbo, e presidente provinciale di Cna Impresa Donna, evidenziando che “assistere insieme alla proiezione di un film è un modo per ritrovarsi e condividere valutazioni e, perché no, emozioni al di fuori dei contesti usuali”. </p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify">
<dl>
<dt><a class="highslide" rel="attachment wp-att-20581" href="http://www.viterbolive.com/primopiano/8-marzocna-invita-le-donne-al-cinema-we-want-sex-film-sulla-parita-di-diritti/attachment/francesca_riccio/"><img class="size-medium wp-image-20581" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/03/Francesca_Riccio-200x300.jpg" alt="Francesca Riccio" width="200" height="300" /></a></dt>
<dd>Francesca Riccio</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify">“Le disuguaglianze tra donne e uomini sono, ancora oggi, nel nostro Paese, un ostacolo alla crescita. Lo squilibrio di genere è il nodo da affrontare per un autentico cambiamento strutturale e culturale”, osservano Melaragni e Riccio, ricordando come “in Italia siamo in grave ritardo sul fronte delle opportunità. Qualche dato: una donna su due non trova e non cerca lavoro, tanto che il tasso di inattività supera quello del resto d’Europa. Il 27 per cento abbandona il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Siamo al 74° posto nella graduatoria mondiale in base alla distribuzione di risorse e di opportunità tra uomini e donne. Eppure il valore economico del lavoro delle donne è importante. Se il tasso di occupazione femminile salisse dal 46 al 70 per cento, il Pil aumenterebbe di circa il 20 per cento. L’ingresso di sole 100mila donne inattive nel mercato del lavoro determinerebbe una crescita del Pil di 0,28 punti l’anno. E studi recenti ci dicono che per ogni 100 donne che trovano occupazione si creano 15 posti in più nei servizi. Le donne rappresentano una grande risorsa per tutti”.</p>
<p style="text-align: justify"> Preziosa, per l’organizzazione della proiezione del film, la collaborazione con il Tuscia Film Fest, in particolare con il direttore, Mauro Morucci. Di nuovo con questa dinamica realtà culturale, Cna Impresa Donna organizza, quest’anno, la seconda edizione del concorso “Tuttainuncorto. Le donne che fanno impresa nella Tuscia si raccontano”. </p>
<p style="text-align: justify">Le donne che svolgono un’attività imprenditoriale sono invitate a raccontare la propria storia professionale, anche scegliendone un aspetto: per esempio, quando e come è nata l’idea d’impresa, le difficoltà incontrate, i successi e/o gli insuccessi, come e se riescono a conciliare lavoro e famiglia, momenti particolari della vita e dell’attività lavorativa. I racconti, che possono essere presentati su diversi supporti, saranno vagliati da una giuria che selezionerà i tre più interessanti. Tra questi, ne sarà scelto uno, dal quale sarà tratto un cortometraggio che verrà proiettato in prima assoluta, in occasione dell’edizione autunnale del Tuscia Film Fest.</p>
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		<title>La donna che canta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 14:02:37 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-20486" href="http://www.viterbolive.com/spettacolo/cinema/la-donna-che-canta/attachment/la_donna_che_canta221010145909incendies_2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-20486" title="La_donna_che_canta(221010145909)Incendies_2" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/03/La_donna_che_canta221010145909Incendies_2-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>Nella scena assai intensa, con la quale ha inizio il film, sono le stesse parole dello sconvolgente atto testamentario letto dal notaio Jean Lebel ai gemelli Jeanne e Simon, comprensibilmente sconvolti, ad introdurci il concetto che “l’infanzia è un coltello piantato in gola, che non si tira via facilmente”. Lo sviluppo del racconto non potrà che avvalorare tale affermazione. Per fratello e sorella (recalcitrante il primo, più pronta la seconda a fronteggiare scomode verità) le parole della madre appena scomparsa, Nawal Marwal, scaveranno un sentiero nel dolorosissimo passato della donna, rifugiatasi in Canada ai tempi del sanguinoso conflitto interno che devastò il Libano. Sarà proprio Jeanne ad accettare la sfida recandosi per prima in Medio Oriente, dove il testamento lascerebbe intendere che siano ancora vivi un padre e un fratello mai conosciuti. Le ricerche in un Libano sostanzialmente pacificato, ma dove le cicatrici della devastante guerra civile sono ben visibili sia sul territorio che nell’animo delle persone, si intreccia così coi flashback che raccontano in modo secco e brutale l’odissea della madre, vistasi uccidere l’amante davanti agli occhi per opera degli stessi famigliari. Lei cristiana dall’indole ribelle, lui musulmano ospite dei campi profughi palestinesi: i contorni della faida acquistano nerbo, da subito, eppure la catena degli orrori è appena all’inizio.</p>
<p>Col suo fascino oscuro e dolente, una pellicola come <em>La donna che canta </em>sfrutta al meglio la complessa narrazione ad incastri, oscillante di continuo tra presente e passato, per rievocare in modo vibrante i retroscena di quella tragedia famigliare i cui presupposti affondano nel dramma di un intero popolo: i passeggeri della corriera ammazzati a sangue freddo perché di un credo differente, l’orfanotrofio dato alle fiamme, le continue rappresaglie, i maltrattamenti e gli stupri nella tetra prigione per detenuti politici ai margini del deserto, cecchini adolescenti pronti a sparare su ragazzi ancora più giovani per le vie di città ridotte a macerie. Notevole il ricettario degli abomini proposto da <em>La donna che canta</em>, ovvero <em>Incendies</em>, il film canadese candidato agli Oscar 2011 e diretto dal talentuoso <strong>Denis Villeneuve</strong>; su ispirazione, opportuno ricordarlo, del sofferto testo teatrale di <strong>Wajdi Mouawad</strong>, libanese emigrato per l’appunto in Canada. Ma a prevalere è pur sempre uno slancio umanistico che pone allo scoperto, anche nelle situazioni più cupe, disumane, avvilenti, la forza e il carattere più intimo dei personaggi; con un’atmosfera da tragedia greca, non priva però di macabre ironie, che si fonde abilmente con reminiscenze di quell’approccio cinematografico all’elaborazione del lutto già espresso in forme contigue da registi come <strong>Atom Egoyan</strong> e <strong>Alejandro González Iñárritu</strong>. Merita poi di essere sottolineata la potenza di certe immagini, ad esempio le scene al ralenti con la musica dei <strong>Radiohead</strong> in sottofondo. Oppure un altro dettaglio inquietante: il santino della Madonna sulla canna del mitra che un attimo prima vomitava piombo su gente indifesa, ad imperitura memoria dei crimini particolarmente efferati che le milizie della destra cristiana, con la copertura ideologica della potente chiesa Maronita, seppero perpetrare nella martoriata nazione libanese.</p>
<p>Scritto da Stefano Coccia</p>
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		<title>Tron Legacy</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 09:33:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-20005" href="http://www.viterbolive.com/primopiano/tron-legacy/attachment/01tronlegacy04/"><img class="alignleft size-medium wp-image-20005" title="01TronLegacy04" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/02/01TronLegacy04-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Uscito alla fine di dicembre in Italia, dove ha retto bene in sala almeno fino alla metà di gennaio, <em>Tron Legacy</em> era senz’altro tra i film in 3D più attesi della stagione. La Disney ha  scelto contributi artistici di rilievo per questo coraggioso remake.  Coraggioso, perché è vero che così si è reso omaggio a un film  considerato “cult” dai fan più accaniti, ma per inciso è giusto  ricordare che il <em>Tron </em>originale, firmato da <strong>Steven Lisberger</strong>,  non rese al botteghino quanto una simile produzione (decisamente  impegnativa, per i primi anni ‘80) faceva sperare. Alla prova del nove  la dimensione contemplativa, l’andamento sornione e le seducenti  scenografie digitali tendenti al dark hanno rappresentato, per il remake  terminato nel 2010, una scommessa vincente.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-20006" href="http://www.viterbolive.com/primopiano/tron-legacy/attachment/tron-legacy-gallery-13_mid/"><img class="alignright size-medium wp-image-20006" title="Tron-Legacy-Gallery-13_mid" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/02/Tron-Legacy-Gallery-13_mid-300x289.jpg" alt="" width="300" height="289" /></a>L’appeal del lungometraggio diretto da <strong>Joseph Kosinski </strong>ha radici  che si poggiano, tra l’altro, su una sorta di effetto nostalgia,  vidimato in qualche modo dalle scelte di casting; significativa,  infatti, la scelta di recuperare due interpreti di assoluto spessore dal  cast del 1982: il protagonista di allora <strong>Jeff Bridges </strong>(Kevin Flynn alias Clu) e un comprimario importante come <strong>Bruce Boxleitner </strong>(Alan Bradley alias Tron). Non ha deluso poi la scelta dei nuovi protagonisti, con il giovane <strong>Garrett Hedlund </strong>ad  interpretare il figlio di Kevin Flynn, Sean, coinvolto suo malgrado in  una esplorazione dello spazio cibernetico consequenziale alla disperata  ricerca del padre, scomparso da anni; ed ecco brillare al suo fianco la  rivelazione <strong>Olivia Wilde</strong>, che con quei deliziosi capelli a  caschetto dà vita a un enigmatico personaggio femminile, Quorra,  rispetto al quale si lascia intendere che possa essere una creatura  della rete, diversa sia dai “creativi” che dai loro programmi.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" rel="attachment wp-att-20007" href="http://www.viterbolive.com/primopiano/tron-legacy/attachment/troneggu/"><img class="alignleft size-medium wp-image-20007" title="troneggu" src="http://www.viterbolive.com/blog/wp-content/uploads/2011/02/troneggu-300x125.jpg" alt="" width="300" height="125" /></a>Molto curata è l’atmosfera del film, in cui si allude alla rete e alle  conquiste dell’informatica quale terreno di scontro tra determinate  concezioni autoritarie e quella liberalizzazione delle idee, dei canali  di informazione, che costituirebbe un sicuro elemento di crescita per  l’umanità intera. Sempre sottile è all’interno dell’opera il confine tra  distopia dal retrogusto totalitario e utopia umanistica. Ma dal 1982 ne  è passata di acqua sotto i ponti, per cui a livello iconografico e  tematico <em>Tron Legacy</em> appare debitore di svariate saghe cinematografiche, da <em>The Matrix </em>alla nuova trilogia di <em>Star Wars</em>. L’aspetto quasi miracoloso, semmai, è che nonostante la natura derivativa degli innesti il film di<strong> </strong>Kosinski  conservi un gusto del tutto peculiare per l’immagine, per la  ricostruzione ammiccante e fantasiosa di un universo alternativo.  L’evoluzione del cinema digitale si avverte in tutta la sua forza  (compreso il ricorso al 3D) nel necessario “update” delle scene cult,  con cui è stato spesso identificato il precedente lungometraggio: ad  esempio la crudeltà dei giochi gladiatori cui vengono sottoposti i  programmi ribelli, in particolare la corsa delle moto e i combattimenti  coi dischi. Ma il discorso del confronto generazionale viene anche  ripreso nel turbolento rapporto tra Sean e Kevin Flynn (col suo “doppio”  negativo Clu 2.0 a movimentare ulteriormente il quadro), rapporto  delineato in modo ruvido ma efficace dai co-sceneggiatori <strong>Edwars Kitsis </strong>e <strong>Adam Horowitz</strong>, già attivi nel team della serie televisiva <em>Lost</em>. A impreziosire il tutto, l’ipnotica colonna sonora realizzata dai sempre geniali <strong>Daft Punk</strong>.</p>
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