Vetralla: Francesco – il militare dell’Aviazione – “Ecco come ho bloccato la fuga dei rapinatori”

Postato da Redazione on Oct 1st, 2009 e file sotto Cronaca. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

di Daniele Camilli

“E’ stato come un istinto. Si è svolto tutto molto velocemente. Mi sono reso conto che era una rapina e ho agito. E poi mi da’ fastidio che qualcuno vada a rubare i soldi degli altri”. A parlare è Francesco, il militare dell’Aviazione dell’Esercito che con il suo intervento ha contribuito alla cattura dei due rapinatori che giovedì scorso hanno tentato di svaligiare l’ufficio postale di Vetralla. Mezzogiorno e mezza. Alla posta ci sono persone che fanno la fila per pagare bollette, depositare e ritirare denaro. Fuori è bel tempo, la gente passeggia per la strada, acquista le ultime cose per il pranzo. Siamo a Piazza Marconi. Separate dal monumento ai caduti inaugurato nel 1925 da Vittorio Emanuele III ci sono le due storiche scuole vetrallesi: elementari e medie, quest’ultima dedicata a uno scrittore locale scomparso negli oramai lontani anni ’30 del secolo scorso, Andrea Scriattoli. Lungo la via che porta da una parte al centro storico e dall’altra a Cura un bar, una pasticceria, un barbiere e una pizzeria. Poco più avanti la sede della Pro Loco, la Villa comunale Pietro Canonica e ancora un altro bar, punto di riferimento per molti ragazzi. Già qualcuno è nei pressi dei due istituti, in attesa dell’uscita dei propri figli che intanto seguono le ultime lezioni della giornata. Sembra un giorno come un altro. Nient’affatto però. Volto coperto e mano armata, due giovani entrano alla poste per svaligiarle. “Non davano l’impressione di essere professionisti. Sembravano più che altro ragazzi che avevano bisogno di soldi e che per procurarseli hanno scelto l’orario di punta”. Forse quello meno indicato. Tant’è che accade l’imprevedibile. Arriva un militare. È Francesco. E’ lì per caso, per sbrigare anche lui qualche servizio prima di recarsi al lavoro. Sta per entrare negli uffici e si accorge subito che qualcosa non va. Si ferma, non oltrepassa la porta. Ma anche i rapinatori probabilmente si accorgono di lui che fra l’altro indossa la divisa. E forse, tanto basta per far capire ai banditi che è meglio darsela a gambe battendolo sul tempo. Francesco è un giovane militare, ma ha già alle spalle numerose missioni: Macedonia, Kosovo, Iraq, Afghanistan. “Un lavoro – come ci spiega, raggiunto telefonicamente – che richiede rapidità, riflessi pronti e capacità di agire nell’immediato”. Ed è quanto accade. I due escono, il primo riesce a scappare, ma il secondo, che ha la refurtiva, trova sulla sua strada Francesco che se ne sta fuori dalle poste in attesa del momento giusto. Voce tranquilla, la sua. Serena. Un tipo che dà l’impressione di sapere il fatto suo. “Ho tentato di afferrarlo prima per la manica, ma lui si è liberato ed è scappato in direzione del monumento. A quel punto l’ho rincorso. In una mano teneva la borsa ancora aperta, nell’altra un oggetto che non ho riconosciuto, ma dava l’impressione di essere un arma”. Il bandito scappa, supera il busto dedicato a Guglielmo Marconi e attraversa la strada. In giro ci sono delle persone e stanno arrivando delle macchine. La corsa termina davanti alla recinzione che chiude il Monumento ai caduti. Una sorta di muretto in ferro alto circa un ottantina di centimetri, preceduto da tre gradini in peperino. Difficile da oltrepassare con un balzo. Impossibile soprattutto per chi non ha un punto d’appoggio. Tutte e due le mani sono occupate: una dal malloppo e l’altra dalla pistola. Per garantirsi la fuga è necessario abbandonare uno dei due. Il rapinatore si ferma per un attimo e scaraventa la borsa al di là dell’ostacolo. Lontano, troppo lontano per riagguantarla di nuovo senza perdere tempo prezioso. Oltrettutto la parabola manda per aria le banconote. Molte di queste, pezzi da piccolo taglio, 10 euro. Come ci ha detto il militare. Come quelle sparse sul bancone della posta e all’ingresso. Forse a testimonianza del fatto che i due malviventi si erano accorti dell’arrivo dell’uomo in divisa fin da subito, cercando poi la salvezza laddove altri hanno invece trovato testimonianza del proprio martirio in guerra. “Ed è proprio all’ingresso del monumento – racconta ancora Francesco – che ho raggiunto il rapinatore. Ed è lì che l’ho strattonato e gli ho dato un pugno sulla schiena facendogli perdere l’equilibro fino a farlo cadere dall’altra parte. Vista la malparata, ha pensato bene di scappare abbandonando tutta la refurtiva”. Che intanto s’era sparsa per ogni dove. Il resto è storia conosciuta. Il rapinatore irrompe nella vicina scuola media, panico nell’edificio e successiva cattura di entrambi i bandidi. Francesco raccoglie il denaro e lo riporta alle Poste. “La gente intorno era molto spaventata. E prima di dirigermi verso gli uffici ho cercato di tranquillizzarla. Alla fine mi hanno ringraziato e qualcuno pure abbracciato”. Nel frattempo, avvisati da un passante o da un impiegato, sono arrivati i carabinieri del maresciallo Angelo Ciardiello. “Sono stati fantastici, rapidissimi. Hanno messo in atto una blindatura perfetta di tutta la zona, occupando tutti i posti chiave. Il territorio di Vetralla è molto grande con boschi e campagne e se qualcuno riesce a scappare diventa difficile prenderlo subito”. Come del resto dimostra il recente caso del 62enne Giovanni Carai, dileguatosi dopo il tentato omicidio di un suo coetaneo per essere riacciuffato dopo diversi giorni di latitanza. “I carabinieri hanno fatto un gran lavoro e bisogna dare merito soprattutto a loro”. E gli spari? Qualcuno dice di averli uditi. “Onestamente non li ho sentiti”, precisa il giovane militare. Una voce, quella di una presunta sparatoria, smentita anche dal maresciallo di Vetralla. Ma non hai avuto paura? “Lì per lì no. Dopo sì, quando mi hanno detto che c’era di mezzo una pistola e ho pensato ai pericoli che potevo correre”.
Pericoli per fortuna scampati. Dal militare, dai colleghi dell’Arma e da chi per caso si è trovato coinvolto e investito dalle circostanze, così come dai due ragazzi che hanno tentato la rapina quantomeno sul piano dell’incolumità fisica. Perché sì, anche loro ci potevano rimettere la pelle. E alla fine la giornata è trascorsa tra chiacchiere di paese, indagini, interrogatori, giornalisti e notizie che si rimpallavano di bocca in bocca, da un sms all’altro, su facebook, siti internet, tv e agenzie. Ma non è stato un giorno come un altro. E quello che all’apparenza poteva sembrare ai due banditi un malaugurato gioco da ragazzi, si è trasformato nel modo più semplice e diretto per finire in galera. A vent’anni. E nessun romanzo criminale, ma solo le sbarre di una cella e qualche pagina di inchiesta che la magistratura sarà chiamata a scrivere.

Lascia una risposta