di Daniele Camilli
Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso Bar. Alla fine ti sembrano come te…e invece sono loro i padroni di Cinisi. Mio Padre, la mia famiglia, il mio paese!!!…io voglio fottermene, io voglio scrivere che la Mafia è una montagna di merda!!! Noi ci dobbiamo ribellare prima che sia troppo tradi, prima di abituarci alle loro facce prima di non accorgerci più di niente!”. Parole che Peppino Impastato scaglia verso il fratello Giovanni lungo la strada che porta all’abitazione del boss Tano Badalamenti. Immagini immortalate nello straordinario film di Marco Tullio Giordana, I Cento Passi, quelli che conducono ad una scelta radicale e ti fanno capire ciò che è giusto. Quella verità che esige sempre una dimostrazione costante. Sono i passi fatti da Peppino, assassinato dalla Mafia nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, Ho conosciuto Giovanni Impastato – fratello di Peppino – e Salvo Vitale – uno dei compagni più vicini a Peppino e alla sua vicenda umana e politica – sul finire dell’estate 2006, a Cinisi, nel ristorante-pizzeria del primo. Era in corso una manifestazione dedicata alla raccolta di firme per presentare una proposta di Legge sui beni confiscati a Cosa Nostra al Consiglio regionale della Sicilia. Eravamo assieme ai ragazzi e alle ragazze della Casa Memoria (http://www.peppinoimpastato.com/index.asp). Una chiacchierata, lo scambio di mail e numeri telefonici. Alla fine ne è una lunga intervista. Per non dimenticare e continuare a battersi sull’esempio di Peppino e di chi crede nei valori che l’hanno accompagnato per tutta la vita.
Partiamo dalla notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. La mattina successiva il corpo di Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana assassinato dalle Brigate Rosse, veniva ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani a Roma, a due passi dalle sedi della DC e del PCI. Lo stesso giorno i resti di Peppino Impastato, ammazzato dalla Mafia, venivano invece raccolti in un raggio di 300 metri al Km 30-180 della ferrovia Trapani – Palermo. Cosa successe quella notte? Quale è il vostro ricordo?
Giovanni – E’ un ricordo terribile, ma riguarda tutti quei giorni…dopo la sua morte. Quella sera aspettavamo Peppino a cena perché ospitavamo dei parenti americani e lui voleva salutarli. Più tardi venne uno dei compagni a cercarlo, non ci preoccupammo tantissimo però, solitamente restava a dormire da una zia (la zia Fara, sorella di mia mamma Felicia che ha cresciuto Peppino come un figlio), inoltre era periodo di campagna elettorale e si tirava sempre tardi la sera. Il colpo è arrivato l’indomani mattina, alle 05.00, bussano i carabinieri, perquisiscono la casa, rovistano dappertutto…..Peppino è morto nel tentativo di mettere una bomba sui binari……l’incubo era iniziato.
Salvo – Sono uscito da Radio Aut con Peppino intorno alle 20. C’era Giovanni Riccobono, che non vedevo da tempo: era venuto da Palermo, dove lavorava presso un suo cugino, il quale gli aveva detto: “Stasera non andare a Cinisi, perché succederà qualcosa di grosso”: poiché aveva avuto qualche scazzo con Peppino, non trovò il coraggio di avvertirci subito. Peppino mi lasciò davanti alla porta di casa, a cento metri dalla sede della radio, perché doveva andare a salutare due zie venute dall’America. L’impegno era quello di rivedersi tra un’ora per definire la chiusura della campagna elettorale. Dopo le 22,30, e dopo che Giovanni ci disse dell’avvertimento ricevuto, ci mettemmo a cercarlo dappertutto, senza trovarne traccia. La mattina, verso le 7 bussò a casa mia Agostino, con Vito, per dirmi: “Ammazzare a Pippinu”. Un gruppo andò alla radio per togliere tutto il materiale che avrebbe potuto destar sospetti, un altro andò sul posto, dove non ci fecero avvicinare. Tornammo lì, nel primo pomeriggio, quando tutto era stato rimosso, a cercare i brandelli della carne di Peppino, lasciati a seccare al sole e altre prove, tra cui le macchie di sangue nel casolare vicino. La notizia della morte di Moro arrivò in tarda mattinata e ci sentimmo perduti, promossi tutti terroristi e complici di un terrorista.
Peppino era figlio di Luigi, “uomo d’onore”. Che cosa ha significato a livello famigliare la scelta di Impastato di combattere contro la Mafia, il non voler percorrere quei simbolici 100 passi che separavano la sua abitazione da quella del boss Gaetano (detto Tano) Badalamenti?
Giovanni – La nostra famiglia ha vissuto negli anni in cui era vivo sia Peppino che mio padre una situazione piuttosto atipica. Certo a Cinisi c’erano tanti giovani che erano “strani” (comunisti, frequentatori del circolo “Musica e Cultura”) e per questo spesso in famiglia erano osteggiati da genitori e parenti. A casa mia tutto questo era ancora più eclatante da un lato mio padre amico di Badalamenti e dall’altro Peppino, leader di quel movimento di denuncia contro la mafia. Mia madre ed io eravamo in mezzo a tutto questo e ne abbiamo sofferto molto tutti quanti. Dopo la morte di Peppino abbiamo però capito da che parte stare, la famiglia Impastato si schierava contro la mafia apertamente, ma la paura inizialmente era comunque tanta.
Salvo – Su questa storia dei cento passi è bene fare chiarezza: Claudio Fava si mise a contarli quando venne a girare a Cinisi, nel 1996 la serie “Cinque delitti imperfetti”, tra i quali c’era anche quello di Peppino. La constatazione di questa vicinanza, è un modo, che il Peppino del film chiarisce, per dire che abbiamo la mafia così vicina che essa finisce con l’essere parte di noi stessi, della nostra cultura, dei nostri affetti, del contesto sociale. “Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi” dà il senso della rottura coraggiosa di Peppino con la sua famiglia e con il suo ambiente. Purtroppo qualcuno ha cercato di stravolgerne il senso con una frase ad effetto: “Peppino non aveva bisogno di fare cento passi per scoprire la mafia, perché ce l’aveva a casa sua”. Certo: il Peppino del film non fa i cento passi per scoprire quello che egli sa bene, ma per prenderne le distanze.
Radio Aut: un’esperienza innovativa e, inserita nel contesto siciliano di allora, un formidabile strumento di lotta alla Mafia. Bastava sintonizzarsi sulle sue frequenze per imparare a capire quale era la scelta giusta . Per formarsi una coscienza sociale alternativa a quella del potere mafioso. Quale è stata la sua esperienza dopo la scomparsa di Peppino?
Giovanni – Radio Aut è morta simbolicamente assieme a Peppino. Il tentativo di alcuni compagni di tenerla in vita è stato notevole. Ma anche se non ci fosse stato un problema di rilascio delle frequenze sicuramente si sarebbe presto posto il problema del “ricambio” generazionale. Esporsi così come aveva fatto lui era una condanna a morte.
Salvo – Radio Aut ha continuato a trasmettere sino all’estate del 1980. “Onda pazza”, la trasmissione satiro-politico-schizofrenica, venne sostituita con un’altra trasmissione, “La stangata”, per alcuni versi più dura nella denuncia delle manovre e del costume mafioso-politico. Fummo costretti a chiudere sia perché non avevamo più i mezzi economici per andare avanti e per rinnovare le attrezzature, sia perché alcuni compagni andarono via per lavoro, sia perché la gente ci circondò con un cordone sanitario, impedendo ai ragazzi di frequentarci e rovesciandoci addosso qualsiasi tipo di infamia, del tipo che eravamo drogati, terroristi, pervertiti sessuali ecc. Insomma, secondo la perfetta strategia mafiosa, prima è stato eliminato il virus e poi asportata tutta la parte infetta.
La lotta portata avanti da Peppino e dal gruppo di Radio Aut riuscirono a coinvolgere gli abitanti di Cinisi oppure fu un’esperienza limitata? E, oggi, come si pone Cinisi rispetto alla Mafia e al ricordo di Peppino?
Giovanni – La Radio ha coinvolto quei giovani di Cinisi che comunque erano tra gli amici più fidati di Peppino…la gente la ascoltava nel “segreto” delle case. Come si pone Cinisi? Cinisi è un paese che ha alle spalle una grossa ferita che si è meritata però. La gente considerava Peppino e quelli come lui dei pazzi, dei perdigiorno, mentre nei confronti dei mafiosi avevano rispetto e riverenza (Cinisi si è arricchita negli anni grazie all’Aeroporto e a i suoi posti di lavoro ed anche grazie al traffico di droga) e Peppino questa doppia moralità l’ha sempre denunciata. Qui negli anni 80 durante la famosa guerra di mafia, c’era un vero e proprio coprifuoco e moltissimi sono stati i morti…..l’argomento mafia era tabù. Oggi anche se molto è cambiato, io e mia moglie Felicia abbiamo fatto spesso dibattiti nella scuola del paese, rimane come una sorta di ostilità, entrare a Casa Memoria per tanti signfica schierarsi….Cinisi ancora oggi non dà alcun valore al sacrificio di Peppino Impastato. Ma la cosa più grave è l’indifferenza verso l’argomento mafia e tutte le tematiche sociali in genere. Ma questo è un problema che non riguarda solo Cinisi…è il problema di Trapani con Rostagno di Catania con Fava, di Palermo con Falcone, Borsellino, Libero Grassi, Costa, Chinnici, Cassarà…chi ha donato la vita per una società migliore è stato buttato dalla stessa società nel dimenticatoio.
Salvo – Fu un’esperienza limitata, malgrado, soprattutto nel primo anno (77-78) la radio avesse cominciato ad essere abbastanza seguita, soprattutto per i servizi su alcuni strati della popolazione, spesso emarginati, sulle riprese integrali dei consigli comunali e sulla qualità delle musiche trasmesse. Insomma, a Cinisi e Terrasini eravamo una presenza organizzata, con varie simpatie attorno. L’elezione di Peppino al Consiglio Comunale, cinque giorni dopo la sua uccisione, dimostra che in paese c’era chi credeva in lui e gli dava, con il voto, l’ultimo tributo di stima. L’omicidio di Peppino ha fermato tutto e, ancora oggi, si prolungano gli effetti di quel gesto: è rimasto uno zoccolo duro di compagni, un’area politica che ritiene ancora Peppino un pazzo, un provocatore e un incosciente e una maggioranza a cui “non gliene fotte niente”, anzi avverte fastidio quando, in occasione del 9 maggio, migliaia di giovani riempiono le strade.
Ventotto anni dopo quella tragica notte, cosa resta di Peppino Impastato? Quale è l’eredità che ha e vi ha lasciato?
Giovanni – L’eredità di Peppino è immensa come lo è stato il suo coraggio. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per rendergli giustizia e per far si che la sua storia (e non solo la sua) possano essere da esempio per le nuove generazioni. Incontro tanti giovani, alcuni mi dicono che la vita di Peppino li invoglia ad informarsi e fare informazione tra i loro coetanei, alcuni mi dicono che vogliono iscriversi a giurisprudenza per tentare di fare i magistrati, altri organizzano una mostra-denuncia contro l’abusivismo edilizio del loro Comune…Come “eredità” non è poco.
Salvo – L’eredità di Peppino è complessa, come la sua figura: tradotta in poche frasi, sta nella radicalità delle sue scelte, nel rifiuto di qualsiasi compromesso, nella volontà e capacità di coagularsi in gruppo e inventare soluzioni di lotta, nella lotta spietata al sistema di controllo delle coscienze e delle esistenze, che la mafia gestisce, nella ridicolizzazione del perbenismo borghese e nella volontà di battersi per un nuovo modello di vita “comunista” attraverso l’auto-organizzazione, e con la precisa convinzione che tutto questo è possibile.
Quale è oggi il vostro ruolo nella lotta alla Mafia?
Giovanni – Rispondo a questa domanda rimandando ai fatti ampiamente documentati da Salvo Vitale e nei testi di Umberto Santino del Centro Impastato. Il primo importantissimo passo verso il cammino di giustizia per Peppino resta comunque quell’esposto denuncia firmato da me e da mia madre: respingevamo la tesi dell’attentato terroristico e sporgevamo ufficialmente denuncia come omicidio di mafia.
Salvo – Giriamo moltissime scuole e partecipiamo ad iniziative nel nome di Peppino per tenerne alta la memoria e lasciare individuare, in lui e nella sua vita, un modello sempre attuale di rifiuto delle ingiustizie e delle ipocrisie correnti. Personalmente lavoro, sia pure saltuariamente, in una piccola emittente privata (Telejato), dove cerco di fare lo stesso tipo di lavoro di controinformazione degli anni passati. La politica attraverso i partiti non riesce ancora a coinvolgermi. Da una parte la verità contro i depistaggi seguiti all’uccisione di Peppino, dall’altra la memoria per conservare un’esperienza eccezionale e trasmetterla alle nuove generazioni. Due facce di una stessa medaglia: rendere giustizia a Impastato.
Per quanto riguarda il primo aspetto, quale è stato il ruolo giocato da Felicia, Giovanni e il gruppo di Radio Aut? Per quanto riguarda il secondo, quale è quello che attualmente riveste la Casa memoria? In entrambi i casi, quale è stato e quale è invece quello della popolazione di Cinisi?
Giovanni – Il nostro ruolo nella lotta alla mafia? Quello di qualsiasi cittadino comune: informarsi, informare e fare memoria perché la vita delle vittime di mafia possa essere usata contro la mafia stessa…Casa Memoria è ancora una piccola realtà, per il momento la priorità è quella di fare “rete” con tutte le realtà sociali come la nostra. E’ sempre aperta e visitatissima, un segno importante in un territorio come il nostro.
Salvo – La famiglia si è costituita parte civile, dando alle indagini un risvolto che inizialmente era stato ignorato, cioè quello di omicidio mafioso. I compagni hanno, con le loro testimonianze, il materiale offerto, un memoriale consegnato al giudice Chinnici su come avrebbe dovuto essere affrontata l’indagine e una costante presenza sul territorio, dato un contributo indispensabile per l’accertamento della verità. Non si può trascurare il ruolo, assolutamente determinante, del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato e del suo presidente Umberto Santino.
Non credete che il film di Marco Tullio Giordana – I Cento Passi – rappresenti una sintesi tra le due esigenze (verità e memoria) e al tempo stesso un messaggio per coinvolgere e rendere comune a sempre più persone, anche al di fuori della Sicilia, i valori della lotta alla Mafia a partire proprio dall’esperienza di Peppino Impastato?
Giovanni – Il film ci ha letteralmente cambiato la vita, ci ha portati dove noi non saremmo mai potuti arrivare…ma non basta è chiaro, per questo invitiamo sempre tutti quanti, sia coloro che vengono qui a Cinisi, sia le persone che incontro durante le varie iniziative ad approfondire, soprattutto quali furono le motivazioni politiche profonde che portarono Peppino a fare quella scelta di vita e che nel film sono purtroppo trascurate.
Salvo – Certamente. Il film è stato un momento prezioso e continua ad esserlo, perché, a sei anni di distanza, dalla sua uscita, ancora viene proiettato e riesce a commuovere. E’ chiaro che bisogna passare, dal momento emotivo a quello dell’impegno, ed è un passaggio difficile, poiché le strutture sociali presenti sono molto diverse da quelle che Peppino tentava di organizzare. Tuttavia conosco migliaia di persone che, conosciuto l’esempio di Peppino, hanno cambiato la qualità del loro impegno. Va chiarito anche che il “punto di rottura” a cui è pervenuto Peppino, rimane molto lontano e difficile da realizzare.
Guerre tra clan, centinaia di morti tra cittadini, politici, poliziotti, carabinieri e magistrati. Nuovi affari e nuove frontiere esplorate. Dopo la morte di Peppino, una delle più potenti organizzazioni criminali d’Europa – se non del mondo – sembra aver cambiato pelle. Come è cambiata la Mafia negli ultimi 30 anni? Dove si concentrano oggi i suoi interessi? Quali sono, secondo voi, gli uomini e le famiglie che oggi la governano? È possibile definire una mappa geografica dell’attuale potere mafioso?
Giovanni – Negli anni 60 i boss della mafia erano semi, se non del tutto analfabeti. Oggi i capo mandamenti sono medici, avvocati è la cosiddetta borghesia mafiosa, inutile poi aggiungere altro sul Governo della Regione Sicilia, Cuffaro e soci stanno ogni giorno sul giornale. In questi giorni sto leggendo il libro di Saviano, un quadro veramente agghiacciante.
Salvo – La risposta diventa ogni giorno più difficile: il ritorno della mafia nella zona grigia, cioè la strategia dell’inabissamento, ha avuto come risultato quello di rendere la mafia invisibile, di confonderla in associazioni impensabili di professionisti, affaristi, politici, industriali, consulenti finanziari i quali hanno creato trame sempre più indecifrabili. E’ possibile che, per evitare crisi dell’intero sistema, la struttura si sia allargata a macchia di leopardo, con divisione delle competenze, senza una centralizzazione del potere, quale era la precedente cupola. Traffici di armi, di droga, di esseri umani, di organi di esseri umani, racket della prostituzione, controllo dei settori economici più produttivi del mercato, (edilizia, agricoltura, commercio, energie, smaltimento dei rifiuti), economia assistita, estorsioni, usura, sono ancora e sempre i terreni preferiti d’accumulazione su tutto il pianeta.
Quella contro la Mafia e le organizzazioni criminali è una lotta dove si può anche morire. Morire ammazzati. Allora si ha paura, perché è umano averne. Che cosa è stata e cos’è per voi la paura? Al di là della morte, di cos’altro si ha paura quando ci si schiera contro la Mafia? Che peso ha quando ci si confronta con degli assassini?
Giovanni– Quando è morto Peppino avevo 25 anni, mio padre era morto eravamo rimasti solo io e mia madre che però mi dava tanto coraggio. Quando abbiamo cominciato l’attività di denuncia ed in seguito la mia candidatura con Democrazia Proletaria ho subito qualche intimidazione ad esempio hanno sparato al mio cane…paura ne ho avuta certo…ma erano gli assassini di mio padre e di mio fratello, non avrei potuto più guardare in faccia mio figlio se non avessi almeno tentato di render loro giustizia.
Salvo – Qualche volta ho avuto paura, non tanto per me, quanto per i miei figli. Ignoro quel tipo di paura che blocca ogni iniziativa e ti costringe alla rinuncia. I mafiosi vogliono questo, metterti fuori causa. Mi fa più paura l’idea che la mafia possa continuare il suo regno del terrore, che quella di essere colpito perché mi oppongo a questo disegno. Ritengo che i metodi di lotta, a parte quelli dell’apparato repressivo dello stato, comunque molto carente, siano quelli che ci ha insegnato Peppino, ovvero l’individuazione, con nome e cognome, del mafioso e dei suoi interessi, la ridicolizzazione della sua figura, la denuncia delle sue collusioni.
Un ultima domanda. Supponiamo che un giovane vi chieda il motivo per cui schierarsi contro il potere mafioso e quale senso abbia questa scelta. Quale risposta dareste?
Giovanni – La mafia è la negazione dei diritti. Loro si prendono tutto. Si accaparrano le risorse materiali della società per togliere libertà e dignità ai cittadini. Dico questo ai giovani: riprendetevi la vostra terra, e le sue risorse economiche e morali.
Salvo – In genere rispondo di non avere la ricetta in tasca, altrimenti sarei un profeta. Ritengo che la risposta debbano cercarsela i ragazzi stessi, imparando ad associarsi, a discutere, a organizzarsi su un progetto condiviso, sia esso un giornalino, un sito web, un circolo o un’associazione. Sullo sfondo la partita si gioca su una delle tre metamorfosi indicate da Nietzsche, “il cammello”, ovvero l’accettazione passiva dell’esistenza e delle regole imposte, “il leone”, ovvero il momento della ribellione, quello in cui il cammello, nel deserto, butta via la sua pelle ed acquista una propria identità, e “il bambino”, ovvero il decondizionamento dalle categorie di ragionamento che ci sono state imposte e la scoperta dell’immediatezza del rapporto con la vita, senza quelli che pretendono di comandare su di te e costringerti a scelte che ti mortificano.