Tre Croci: il Focarone

Postato da Redazione on Jul 1st, 2010 e file sotto Cultura, Vetralla. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

Tre Croci: il Focaronedi Daniele Camilli

Tre Croci: novecento e passa anime ai piedi di 1.200 ettari di bosco. Pochi kilometri dal Lago, Di Vico, qualcuno di più dal mare, Tarquinia. Comune d’appartenenza Vetralla, near Viterbo. Raggiungibile in treno – è meglio – sia da Roma-Valle Aurelia, sia dall’altra città, che dei papi ha solo il ricordo. E per gli appassionati capitolini dell’automobile consigliabile la Cassia Bis: su, su fino a Monterosi, Sutri, Capranica, La Botte e, a Cura, giunti alla piazza principale, subito a destra, 2.000 – 3.000 metri più avanti. Per chi invece viene dalla Maremma Toscana o dalle colline umbre, c’è allora la superstrada Orte-Tuscania, uscita Vetralla, dritti dritti fino al bivio per Foro Cassio: 1 kilometro, kilometro e mezzo e siamo arrivati a destinazione.

Due bar, due tabacchi, un giornalaio, una pizzeria, tre super, ette, mini, market; stazione, treno, autobus comunale, una chiesa – sempre in libero Stato – un benzinaio, un campo da calcio, uno da tennis e l’altro da calcetto. Toh! anche un agriturismo, un B&B e una locanda.

Tre Croci, dunque, dove il “foco” diventa Focarone.

Fino a qualche anno fa venivano infatti dati alle fiamme ben 5 metri di rami, frasche, legna e bastoni. Il tutto a mo’ di torre per un appuntamento che si consumava a partire dalle 9 e mezza di sera. Prima al Prato dei Fiorentini poi dalle parti di via Solferino. Tribuna d’onore, il bosco di Montefogliano. Alla fine, il salto del fuoco. Per chi se la sentiva. E qualcuno le ustioni se l’è pure procurate.

Radice storica di un racconto di fate? Interpretazione di un sogno? Io, Pierre Rivière? E chi lo sa. Formalmente era un fuoco che si accendeva per illuminare il cielo in cui ascende Cristo, dopo 33 anni di vita, di cui gli ultimi 3 a predicare e far miracoli – il meno riuscito quello sulla giustizia sociale – con tanto di passione, crocifissione, morte, discesa agli inferi, scomparsa dal sepolcro, resurrezione, 40 giorni da “fantasma” (do you remember Karl Marx?) e ritorno in cielo.

Tuttavia. Il Focarone: introduzione a un mondo antico, quello contadino. Il mondo, avrebbe scritto Bertold Brecht, di coloro che volevano gentilezza e ai quali è stata invece riservata l’irrilevanza sociale, quella inflitta alle classi subalterne. Cultura che i secoli li ha attraversati, soprattutto il XX: relitto “demartiniano” con i suoi riti di passaggio che, come vecchie talpe, riaffiorano dalle intercapedini della storia. Così, proprio come rovine di un passato che non passa e la cui vista “ci fa fugacemente intuire l’esistenza di un tempo che non è quello di cui parlano i manuali…o che i restauri cercano di richiamare in vita. È un tempo puro, non databile, assente da questo nostro mondo di immagini, di simulacri e di ricostruzioni, da questo nostro mondo violento le cui macerie non hanno più il tempo di diventare rovine” (Marc Augé).

Tre Croci: il FocaroneEcco, il Focarone: manifestazione di una costante antropologica che, saecula saeculorum, ha beffato tutti, cattolicesimo prima, modernizzazione e globalizzazione poi. Tout court: l’espressione di una società contadina che avrà pure perso i suoi attrezzi di lavoro, ma non il suo cuore; una società che, tra le fiamme, non va alla ricerca di Dio – confinato piuttosto nella bestemmia – ma del Padre, cioè della sicurezza e della propria presenza. Laddove tutto è perennemente labile. Dove la morte, la fame, la guerra e la miseria si son fatte veramente carne che il fuoco illumina, riaffermando di nuovo la vita.

Gino, Flavia, Francesco, Massimo, Federico, Emanuele, Massimiliano, Raffaele, Domenico, Pasqualina, Valentina, Gigliola, Giuseppina, Stefano, Italia, Tito, Vito, Marco, Irene, David, Teresa…

Volti riflessi dalle fiamme. Che hanno nomi e soprannomi – butipesta, boss, timido, quòqui, burano, gozzogrosso, picciul, tabbaccaro, lurìd e faggiano; codici che filtrano e organizzano l’esperienza vissuta, superando contraddizioni e difficoltà irrisolte. Nostro Essere nel Tempo. Essente, concetto superlativo e sconosciuto.

Tre Croci? Quante volte la presa “pe’ ‘l culo” è partita!

Dalle croci che i frati passionisti posizionarono in situ lo scorso secolo. Pardon, secolo scorso al Novecento (1896). Altre, addirittura prima, ben prima “la prima (…)”. “Sicuramente presente dal 14 novembre 1760, nella zona compresa fra le attuali Via Viterbo e Piazza Europa, negli anni fra il 1744 e il 1760. Le altre croci…sono state poste prima del 13 febbraio 1804…nella zona dove attualmente sorge la Chiesa di S. Antonio da Padova” (Natali, 2004)[1].

Tre Croci. Tra vie, boschi, prati, bar, pineta e olivi, sacrificio e lavoro contadino, di cui oggi solo il ricordo che, come il Focarone, brucia ancora nelle vene.

“De Sisti-Boninsegna-Rivera…Rete! 4 a 3 – Goal di Rivera – Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!”. Una volta, c’erano due radio. Radio Delta e RMT; libere.

 Tre Croci, dove ai lati del Padreterno c’è posto pure per i ladroni. Salvati entrambi dalla fede…nelle “rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards”.

 

[1] Andrea Natali, La storia di Tre Croci nei documenti d’archivio, Associazione il Sassogrosso, Società di Mutua Beneficenza, Società Sportiva Tre Croci, 2004

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