Codici: lettera aperta, il pensionamento di un lavoratore

Postato da Redazione on Mar 4th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Riceviamo e pubblichiamo

ARRArrivederci e grazie. Quasi quarant’anni di lavoro, caro Direttore. Arrivederci e grazie. È così che un dipendente vetrallese della AUSL vede chiudersi il proprio rapporto lavorativo. Poche righe di commiato, firmate da un Responsabile d’Area: per “i successivi provvedimenti di competenza si comunica che” l’Assistente Amministrativo, Categoria C, “cesserà dal servizio…per ‘Dimissioni Volontarie’”, questo concetto ben evidenziato in grassetto. Ultimo giorno di lavoro, il 31 marzo 2010. Dopodiché la pensione, che l’aspetta e gli spetta.

Beato chi c’arriva! Direbbe qualcuno. Meritata, aggiungiamo noi. E altrettanto meritata sarebbe stata qualche parola di saluto. Così, tanto per riconoscere 38 anni e mezzo di servizio, il lavoro di una vita.

Nulla da ridire nei confronti della AUSL. È un suo diritto chiudere così. Ed è legittimo farlo. Percaritàdiddio! Ma per-tuttaltra-carità, così come la intendeva Don Luigi Di Liegro, quella che restituisce ai dimenticati dignità e identità, qualche considerazione va pur fatta. Non sulla AUSL, dalla cui lettera di commiato prendiamo spunto, ma sulle condizioni del lavoro oggi. E sul percorso che spesso precede il pensionamento di un lavoratore.

 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, articolo “uno” della Costituzione. Il lavoro, fondamento dello Stato democratico e repubblicano dove la sovranità appartiene al popolo. Popolo di lavoratori, più che di poeti, santi e navigatori. Lavoratori impegnati in passato in lotte ormai sfinite, la cui eco risuona solo sulle pagine di un’editoria purtroppo marginale. Lavoratori vittime di licenziamenti e malaffare, chiamati a salire sui tetti di una fabbrica per difendere e difendersi oppure tappati in un call-center di periferia. Quelli che stanno nei cantieri, e ogni tanto volano giù dalle impalcature. X morti bianche nel solo 2009. Quelli che costruiscono e puliscono appartamenti e ville per e degli altri. Si alzano alle 5 del mattino, i figli dormono, qualcuno prepara il caffè. Buste paga e fuori busta e 15 giorni al mare, casa in affitto, d’estate. Raccolte di pomodori e tabacco, verdure, olive ed uva: una volta apprendistato per i figli d’operai, allo stato dell’arte esclusiva di extracomunitari e disoccupati; stagionalità migrante, con le stesse ferite sulle mani, la stessa schiena curva e per sempre dolorante, lo stesso fazzoletto sulla testa, non costante antropologica di sottomissione a Dio, bensì rimedio contro le insolazioni che comunque arrivano e ti schiattano a terra come un sacco di patate; “figli di chi è qualcuno e di chi non lo è stato mai”, cantavano i CSI in “Tutti giù per terra”, “come mai, come mai”, aggiungevano poi. E noi sottoscriviamo. E non vale il titolo di studio con tanto di roboante 110 e lode. In questo Paese quello che conta è l’appartenenza, la rete di potere. O ci sei nato o sei fuori. E fai fatica e sacrifici come i tuoi genitori che i sacrifici e la fatica l’hanno conosciuta, qualcuno pure la povertà e la miseria. Ma con disciplina t’hanno insegnato la serietà e la severità – innanzitutto verso se stessi – senza dimenticare rispetto e tenerezza verso gli altri, anche quando gli altri sono “il padrone”: dalla cui mano si pende, la cui mano bastona e alla cui mano a volte ci si ribella. Non c’è “padreterno” che tenga. E l’hanno fatto “per evitare che i figli facessero la loro stessa vita”. Qualcuno di questi figli queste parole se l’è sentite dire il primo giorno di scuola: cartella in spalla, fiocco bianco al collo, grembiule blu e fotografia di rito con la Polaroid, “perché la foto la voglio vedere subito”, e il sole che ti acceca, perché tuo padre, preso dalla foga dell’entusiasmo ti ha messo controsole. Perché la scuola è innanzitutto riscatto sociale e ogni pagina dei libri che da allora sfoglierai te lo ricorda. Questo ti fa sentire onorato di stare lì, controsole, accanto a loro. Le tue radici, la tua “appartenenza”, quella che la felicità non può essere solo di un singolo, ma dev’essere di tutti e per essa – diritto ad una vita dignitosa – ci si batte, una volta diventati adulti. Non a trent’anni, ma fin da subito, perché, come recita un vecchio proverbio contadino, “chi di 10 non fa e di 15 non sa, pija la corda e vatt’ a ‘picca!”. Terribile, ma significativo. Testimonianza di un mondo rurale duro. Dove si cominciava a lavorare a dieci anni, se non prima, e a quindici o si era parte definitivamente attiva…o si moriva di fame.

E sono lontane le parole usate da Carlo Levi per descrivere un comizio di Girolamo Li Causi, “Giusto è, binidittu lu latti chi ci detti sa matri. Lu vangelu dici”, e i gesti che lo accompagnavano; atti che “rompevano il senso di una servitù antica, disubbidivano, più che a un ordine, all’ordine, alla legge del potere, distruggevano l’autorità, disprezzavano e offendevano il prestigio”.

Ancora attuali, al contrario, quelle della Marsigliese del Lavoro, L’Inno dei pezzenti: “Noi siamo i poveri siamo i pezzenti/la sporca plebe di questa età/la schiera innumere dei sofferenti/per cui la vita gioie non ha./Nel crudo inverno la nostra prole/per lunga inedia languir vediam/solo pei ricchi risplende il sole./Mentre essi esultano noi fame abbiam”. Con il ritornello che intona: “Per natura tutti eguali vi è diritti sulla terra./E noi faremo un’aspra guerra/ai ladroni sfruttator./Non sia pace tra i mortali/ finché un uom’ sovr’altro imperi/i nemici a noi più fieri/sono i nostri sfruttator”.

Arriva  infine la pensione. Ed è dura arrivarci. Quant’anni non son pochi. Dal 1970 ai giorni nostri. Sembra che a trascorre sia stato “un secolo breve”: il lungo ’68 e l’Autunno Caldo, le battaglie per i diritti e i nuovi diritti conquistati, il terrorismo e i morti sulle strade, le stragi, Rivera e Mazzola, l’Italia di Bearzot e quella di Pertini, Berlinguer, Moro, Rodano e Pasolini. Dopodiché Craxi, Andreotti, Forlani, Sgarbi. Totò se n’era già andato, De Martino pure. E ancora Basaglia, il referendum sul divorzio, l’Autonomia Operaia, le Acli e l’unità sindacale, il Male e Cuore. E il maldicuore per certi fatti e misfatti. Le radio libere e le tivù private, le frane, Seveso, il nucleare, l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori, le partite al campetto tutti contro tutti, Baggio, Totti, Van Basten e Maradona, le nevicate e gli slittini ricavati con le teglie del forno e le madri a correrci dietro tutt’altro che materne e rassicuranti. Berlusconi, PCI, PDS, DS, PD, MSI, AN, FI, CDL, PDL. Quasi un linguaggio in braille. La nostra storia; sistema di scrittura e lettura a rilievo per non vedenti. Per poi ridurci al “toglietemi tutto, ma non il mio Brail”; portatemi via pure l’anima, ma non la merce che indosso, perché io stesso son merce. Sarà il mercato a decidere se pregiata o no, spendibile o svendibile che dir si voglia. La mia storia è qui, aspetta solo codice a barre e prezzo di vendita. Come per le lattine di birra di una volta.

Una storia lavorativa che per il nostro ormai prossimo pensionato comincia appunto nel ’70 quando, in una lettera scritta proprio in quell’anno, un altro lavoratore vetrallese descriveva un universo fatto di “vischiatelli e taiole”, ricordando al suo interlocutore, bracciante prestato all’Arma dei Carabinieri, che se dovesse avere “qualche attimo brutto”, pensasse “ai lavori faticosi che spesso facevi sotto l’acqua con il freddo” e che il “sacrificio di oggi sarà il tuo benessere di domani”.

Un sacrificio oggi racchiuso in poche righe e che è invece bene tradurre in cifre. Quarant’anni dicevamo. Oltre 14 mila giorni, più di 230 mila ore di coscienza vigile, togliendo dal conteggio quelle dedicate al sonno; otto ore al di’, per chi se le può permettere, certo. Per chi non fa i turni di notte per poi dover sbrigare lo stesso le faccende quotidiane. Di questi giorni, circa 8 mila e ottocento sono destinate al lavoro, sottraendo malattie, ferie, permessi e fine settimana. In tutto, pressappoco 70 mila e 700 ore. Né più, né meno che un terzo della propria esistenza al servizio di un’azienda, dei cittadini e del profitto. Con la Storia che non solo ti passa accanto, come la campana del Duomo precipitata quasi trent’anni fa a qualche palmo dall’ingresso del Pronto Soccorso di Vetralla, ma ti scuote, ti fa vacillare e ti brucia, dandoti troppe volte ragione, pochissime torto. Magari le ore che ha fatto il nostro futuro pensionato sono le stesse fatte da un manager che però ha tutt’altro reddito, tutt’altra pensione, tutt’altri benefit e forse una lettera di pensionamento migliore. “Il migliore dei mondi possibile”, perché questo c’è e questo ci è toccato in sorte. Per qualcuno è veramente migliore, per qualcun altro decisamente peggiore. Ma a volte basterebbe qualche parola in più per addolcire la pillola e rendere tutto un pochettino più giusto. Quel tanto che basta affinché la gioia sia pure bellezza.

Insomma, arrivederci e grazie. E bonanotte al secchio.

Ma non importa. Ciò che conta è che, nella difesa del diritto al lavoro – il suo riconoscimento e il giusto riconoscimento del lavoro svolto – si vada avanti. Avanti, come scriveva Dylan Thomas, “per quanto è lungo il sempre”.

Daniele Camilli
Codici (Centro per i Diritti del Cittadino)
Delegazione di Vetralla

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